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CAMBIO DI RESIDENZA PER L’ATLETA DI FANO? PER LA CEDU È UN SÌ!
19/06/2024

CAMBIO DI RESIDENZA PER L’ATLETA DI FANO? PER LA CEDU È UN SÌ!


di Francesco Lisi, Art Department di Pavesio e Associati with Negri-Clementi



La storia dell’Atleta Vittorioso, anche noto come Atleta di Fano o Atleta di Lisippo, ha inizio il 14 agosto del 1964. Portata a galla dalle reti di alcuni pescherecci battenti bandiera italiana a largo della costa marchigiana, la statua bronzea si attribuisce allo scultore Lisippo e si fa risalire al periodo greco classico, tra il 300 e il 100 A.C. Il suo ritrovamento non è stato denunciato alle autorità competenti e, anzi, la statua è stata inizialmente occultata a Carrara, un piccolo comune vicino a Fano, in provincia di Pesaro e Urbino: dopo una serie di vendite e spostamenti, a partire dal 1965 dell’Atleta di Fano non si seppe più nulla.

Solamente nei primi anni ’70 del secolo scorso si ha nuovamente qualche notizia della statua che, per la precisione, viene intercettata a Monaco di Baviera, in Germania, nei locali di un mercante d’arte tedesco, Herman Heinz Herzer. A seguito di questo nuovo ritrovamento, l’allora ufficio della Pretura di Gubbio iscrive Herzer nel registro degli indagati con l’accusa di esportazione clandestina di opere d’arte e avvia contestualmente la procedura di rogatoria internazionale. Nonostante il processo a carico di Herzer si sia estinto senza successo e la rogatoria sia stata respinta dall’ufficio della procura di Monaco di Baviera, inizia comunque una lunga disputa legale circa la proprietà della statua che si è protratta per più di 50 anni e che si è conclusa solamente il 2 maggio scorso con la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (“CEDU”) n. 35271/19, J. Paul Getty Trust vs. Italia.

Con tale pronuncia, l’Italia ha finalmente ottenuto il riconoscimento del suo diritto di proprietà dell’Atleta di Fano e il conseguente riconoscimento dell’illecita detenzione dell’opera da parte del Getty Museum che la tiene in esposizione a Malibù (California) sin dal 1977, anno in cui l’ha acquistata per 3.950.000 di dollari dal mercante d’arte Herzer attraverso un contratto stipulato nel Regno Unito.







A partire dal 1978, numerosi sono stati i tentativi, per lo più infruttuosi, del Ministero della Cultura di ottenere la restituzione dell’opera d’arte da parte del museo americano. Il Getty Museum, nonostante le pressioni anche diplomatiche, si è rifiutato a più riprese di restituire l’Atleta di Fano, affermando prima di averlo acquistato in buona fede e sostenendo poi l’intervenuta prescrizione dei reati di esportazione illecita posti a proprio carico. A rendere complesse le trattative ha contribuito sicuramente il contesto giuridico in cui si è sviluppata la vicenda legale, caratterizzato in parte dall’assenza di un testo normativo che regolasse a livello internazionale la restituzione delle opere d’arte e che vincolasse gli Stati a precisi obblighi in materia. Infatti, nonostante la Convezione UNESCO sull’illecita circolazione di opere d’arte sia stata scritta nel 1970, è stata ratificata solo successivamente dalla maggior parte degli Stati e molti anni ancora sarebbero dovuti passare prima dell’entrata in vigore del secondo testo che, a oggi, regola in maniera puntuale la restituzione tra Stati dei beni culturali rubati o illecitamente esportati, ovverosia la Convezione UNIDROIT del 1995.

Anche per questi motivi bisogna attendere il febbraio del 2010 perché, all’esito di un procedimento penale che ha visto contrapposti lo Stato italiano e il Getty Museum, il GIP di Pesaro ordinasse per la prima volta la confisca della statua con la formula “ovunque essa si trovi”, sancendo quindi il diritto dell’Italia a vedersi restituito il bronzo greco. Tale provvedimento di confisca, a seguito di diverse peripezie giudiziarie e processuali, viene annullato e in seguito riconfermato prima dallo stesso GIP di Pesaro nel 2018 e dopo – definitivamente – dalla Suprema Corte nel 2019 a seguito di ricorso per cassazione del Getty Museum. Nella stessa sede, la Corte di Cassazione ha anche riconosciuto il diritto di proprietà dello Stato italiano circa l’Atleta di Lisippo sulla base di diversi elementi, tra cui la bandiera italiana del peschereccio che, 40 anni prima, ha ritrovato la statua.

Interrogati dal Getty Museum, i Giudici di Strasburgo nella recente sentenza hanno confermato tale ultima decisione: l’Italia non ha violato l’art. 1 del Protocollo 1 (relativo alla protezione della proprietà) della CEDU, dal momento che le autorità italiane hanno sempre agito con il solo scopo di recuperare un bene appartenente al proprio patrimonio culturale illecitamente esportato. Il Getty Museum si è difeso eccependo che il ritrovamento della statua fosse avvenuto in acque internazionali e non nelle acque territoriali italiane e sostenendo che a richiedere la restituzione dell’Atleta avrebbe dovuto essere, casomai, lo Stato greco e non quello italiano, essendo l’opera di provenienza greca. Secondo la Corte EDU il museo ha, invece, tenuto una condotta negligente e ha agito in mala fede nell’acquistare la statua, potendo esso riconoscere la sua reale provenienza e le pretese dello Stato italiano. La vicenda legale sembra, quindi, essere giunta a un punto di svolta, ma è necessario ancora attendere l’ultima pronuncia della Grande Camera della Corte EDU, la quale nei prossimi mesi provvederà a stabilire definitivamente quale debba essere la casa dell’Atleta di Fano.




Francesco Lisi è membro del dipartimento arte di Pavesio e Associati with Negri-Clementi. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi sugli impatti giuridici dell’intelligenza artificiale, Francesco si occupa prevalentemente di diritto commerciale e di diritto dell’arte, con un focus sul Legal Tech. Appassionato di fotografia e di montagna, ha svolto parte dei suoi studi presso la Toyo University di Tokyo, un’esperienza che gli ha permesso di studiare da vicino la cultura e la società giapponese.

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